La crisi del manifatturiero. L’intervento di Luca Nieri, segretario CISL Bergamo

Il settore manifatturiero italiano sta vivendo una fase delicata con chiusure di aziende in diversi comparti, ma non si tratta di un collasso generalizzato bensì di settori specifici. La crisi colpisce soprattutto il settore manifatturiero come moda, metalmeccanico, gomma plastica, chimico mentre altri settori come turismo ed edilizia mostrano segnali di stabilizzazione e persino crescita. Per Bergamo è un periodo di particolare difficoltà, e nelle ultime settimane si sono aperte vertenze non tutte attese e non tutte di facile soluzione. Dopo che è stato evidenziato un crescente utilizzo di CiGS, la provincia si trova a dover gestire diverse vertenze occupazionali: il settore tessile è quello tradizionalmente più colpito, con numerose aziende in solidarietà e la crisi della 3V Sigma che sta occupando attualmente gli spazi di cronaca maggiori. Poi , il chimico e il gomma plastica stanno denunciando difficoltà consistenti. Nel campo metalmeccanico, sono esplose quasi contemporaneamente le crisi di CAM, Evoca e Rotork: difficoltà diverse che agitano le giornate di oltre 1000 lavoratori,  e non vanno dimenticate le problematicità dell’automotive.

Sono preoccupazioni che assumono tinte scuredice Luca Nieri, segretario CISL di Bergamo -. Casi e modalità diverse, ma che segnalano tutte la grossa difficoltà che il nostro manifatturiero da tempo sta attraversando, dove i nostri sindacalisti cercano di difendere diverse migliaia di lavoratori e mantenere negli stabilimenti bergamaschi il cuore produttivo di diverse aziende. Sicuramente paghiamo problemi come dazi e barriere commerciali, nuovi equilibri economici tra le varie macro aree del mondo e un forte ridimensionamento dell’Europa. L’incertezza geopolitica dovuta ai diversi conflitti ha determinato una forte instabilità internazionale mentre la poca competitività in campo energetico ha reso  l’Italia ancora dipendente dalle importazioni energetiche, rendendo il settore vulnerabile a shock di approvvigionamento e aumentando i costi.

Si è investito poco in innovazione e sostenibilità: sono mancati maggiori impieghi in digitalizzazione, transizione ecologica e intelligenza artificiale che avrebbero dovuto sostenere la competitività, e ancora meno quelli effettuati nella formazione professionale per un rafforzamento e riqualificazioni delle competenze dei lavoratori. C’è una forte aspettativa sul 2026: la domanda internazionale, soprattutto europea, dovrebbe rafforzarsi grazie al raffreddamento dell’inflazione e alla ripresa della Germania e favorire l’esportazione del nostro paese.

Serve un forte senso di responsabilità sociale delle imprese nei confronti dei dipendenti e del territorio che non si può limitare a licenziamenti con qualche incentivo. Le prime difficoltà di un impresa devono essere l’inizio di processi di analisi, di sostenibilità e riconversioni produttive, attraverso investimenti tecnologici e professionali. Le nostre imprese devono essere resilienti, ma è anche il momento di fare rete tra associazioni sindacali, datoriali, istituzioni e mondo della formazione per non abbandonare nessuno e non impoverire il nostro territorio”.

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