Infermieri in appalto. Il problema sta nel controllore

Infermieri in appalto

Dopo il terremoto dell’IRCCS San Raffaele di Milano che ha portato alle dimissioni dell’Amministratore Unico Dott. Francesco Galli, (Amministratore anche di Istituti Ospedalieri Bergamaschi, quindi dei Policlinici San Marco e San Pietro di Zingonia e Ponte San Pietro), è evidente che il problema va ben oltre le esternalizzazioni a Società Cooperative, all’uso di Liberi Professionisti o Gettonisti. Non si dovrebbe fare di tutta un’ erba un fascio. Ci sono Società Cooperative e Liberi Professionisti che hanno tutti i requisiti e le competenze per poter svolgere il loro lavoro in totale sicurezza, sia per gli Operatori che per i pazienti, e mi verrebbe da aggiungere, anche per gli Amministratori Unici o Delegati; non sono una categoria da demonizzare a prescindere. Addirittura qualcuna di loro presta la propria opera soltanto in alcune specialità, proprio per questo.

Il problema è a monte. Il problema è il controllore. Il quesito da sottoporre all’Assessore Bertolaso e al Presidente Fontana, così come alle ATS, è semmai di spiegarci il perché, o quale sia la ratio secondo cui vengono concessi gli accreditamenti a Gruppi, Enti o Società private che non dispongono del personale necessario per far funzionare in autonomia le strutture e le specialità per le quali vengono richiesti gli accreditamenti, siano esse ospedaliere che socio-sanitarie.

Non pare avere molto senso che vengano finanziate Proprietà o Società, per erogare determinate prestazioni, e che poi le stesse vengano delegate, magari sottocosto, ad altri.

Non neghiamo che il mancato rinnovo contrattuale abbia desertificato le strutture, ma questo è un principio elementare facilmente comprensibile e gestibile dal datore di lavoro e dalle associazioni datoriali che lo rappresentano. Non solo, il privato esige anche dalla Regione la copertura dei costi del rinnovo contrattuale, per poi affidare ad altri le Unità Operative ed i Servizi. È un gioco sottile, ma un po’ fumoso, per non dire sporco.

Esiste poi l’aggravante dei carichi di lavoro sempre più pesanti e gravosi per il personale in corsia e nei servizi, i continui rientri in servizio e gli straordinari richiesti. Le operatrici e gli operatori ci chiedono di “lavorare in condizioni migliori”, chiedono benessere organizzativo per loro e per “il bene” del paziente. Su questo punto servirebbe avere la volontà di superare quell’anacronistico e deficitario metodo di misurare l’assistenza in minutaggio, e di iniziare a vedere l’assistenza come un congruo rapporto proporzionale fra il numero dei vari operatori di diverse professionalità e di pazienti.

Se vogliamo ridare pregio alle professioni sanitarie e socio-sanitarie è forse arrivato il momento di dargli, oltre a una retribuzione dignitosa, il giusto “respiro”. Come si può avvicinare un giovane o una giovane ad una professione così complessa e di responsabilità, se poi durante il turno non ha nemmeno il tempo di pensare? Come si possono attrarre persone al lavoro di cura se quando apriamo un social leggiamo dei commenti da paura su turni al limite dello sfruttamento?

Cerchiamo di trarre insegnamento dal terremoto del San Raffaele, per avere veramente voglia di fare il punto della situazione e di cambiare il metodo che ormai pare non reggere più.

(Nota di Katia Dezio, segreteria CISL FP Bergamo)

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