Prigionieri della paura

La campagna elettorale per le elezioni europee, che fortunatamente sta volgendo al termine, ha messo in evidenza, con il ricorso ad un linguaggio di una violenza inaudita, come gli attori che si contendono il consenso siano essi stessi prigionieri della paura: la paura del dialogo, la paura del civile confronto, la paura di non avere risposte credibili, la paura di non essere in grado di gestire il potere a cui aspirano.
Di qui, fiumi di monologhi, solo insulti per lo più urlati, di qui l’assenza di proposte, di qui il vuoto progettuale: di un’idea di società, nella quale noi cittadini, seppure a grandi linee, dovremmo riconoscerci, neppure l’ombra.

Ebbene: è proprio questo vuoto che ci preoccupa perché diffonde panico, ci disorienta perché ci nega la possibilità di riconoscerci in una comunità che, tutta insieme, vuole lottare per uscire dalla crisi economica e morale.
In sostanza, nonostante il nostro Paese si trovi sul ciglio del burrone, non sono visibili, neppure nel più lontano orizzonte, segnali pur timidi di ravvedimento volti a comprendere che o saremo coesi, o saremo capaci di riprendere nelle nostre mani le redini del nostro destino o dovremo arrenderci alla marginalità rispetto ai processi che si andranno a definire.
I tempi delle promesse faraoniche dovrebbero essere, ormai, lontani anni luce: ma la spudoratezza non ha mai fine: sanno bene che in giro ci sono ancora masse di creduloni pronti ad abboccare all’amo, e a queste si rivolgono disegnando loro il paradiso dietro l’angolo.
C’è ancora, infatti, chi continua a promettere senza, però, dire, in assenza della ripresa economica, dove andrà ad attingere le risorse necessarie per distribuire i beni promessi.

Faranno ricorso ancora per una decina anni al blocco dei contratti impoverendo ancora di più i lavoratori del pubblico impiego? “Taglieranno” le pensioni tra 1500 e 2500 €? Innalzeranno i ticket o li metteranno su tutte le medicine, magari anche a quelle salva vita? Faranno pagare i ricoveri ospedalieri? Smantelleranno totalmente lo stato sociale senza neppure ingegnarsi sul come revisionarlo? Lo dicano!!!
No? Nulla di tutto questo? Bene: ci si dica, allora, come sarà possibile mantenere le promesse senza che riparta la locomotiva del lavoro.
Diversamente, vista tanta omertà, saremo portati ad immaginare che ci sarà una lotta senza quartiere all’evasione fiscale, con idonei, incontrovertibili strumenti, e ai privilegi della politica: ma temiamo che, se ci abbandonassimo a questa fantasia, a questo volo, l’inevitabile caduta non ci eviterebbe traumi mortali.

E’, questo, a nostro avviso, invece, il tempo delle formiche che, passo passo, a fatica, e sotto il sole cocente, riempiono il granaio per affrontare l’inverno. Noi siamo, e vogliamo essere, assertivi. Abbiamo il dovere di capire che senza nuove opportunità di lavoro vi saranno solo povertà più diffuse, abbiamo il dovere di capire, senza continuare a far ricorso a sterili lamentazioni, che abbiamo davanti a noi una sola strada: raccattare i cocci disseminati da quanti hanno governato negli ultimi trent’anni, con o senza il consenso popolare, e tentare, con spirito certosino, di ricomporli. Quelle forze politiche e sociali che, passata la buriana elettorale saranno capaci di farsi carico di questo duro lavoro, che richiede il decisivo concorso di tutti, unitamente all’onere, potranno aspirare anche agli onori.

Ribadiamo: di tutti perché, come ha sostenuto Mons. H. Camara “se un uomo sogna da solo è solo un sogno. Se molti sognano insieme è l’inizio di una nuova realtà”

Noi, Cisl Scuola, siamo pronti per la “ripartenza” e sappiamo anche da dove iniziare. L’eredità che Don Milani ci ha lasciato costituisce per tutti un importante patrimonio a cui attingere in qualsiasi momento: «E’ solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno […] (Lettera ad una Professoressa).

La scuola, perciò, mai come in questo momento, è centrale nel faticoso cammino che dobbiamo intraprendere. Ma occorre una scuola di qualità e, per questo obiettivo, siamo pronti a raccogliere la sfida che, attraverso il Ministro dell’istruzione, ci lancia tutta la società perché solo una scuola di qualità potrà affrontare le vie impervie che la globalizzazione ci impone di attraversare. A questo proposito credo opportuno richiamarmi ad un recente scritto, “La scuola non serve a niente, di Andrea Bajani: “[…] Nell’epoca dell’evaporazione del professore, non resta dunque che provare ad essere professore per quel che si può. Per amore del proprio Paese, del proprio lavoro e dei ragazzi seduti dietro i banchi. […]

Con le poche energie che si hanno e con quel poco o tanto che si riesce a fare in un’aula stinti e delegittimati da tutto. Però non basta. […] ho il sospetto che accettare la Testimonianza o il Dono come soluzione della deriva, della svalutazione, dell’abbandono della scuola italiana sia prima di tutto un errore politico e in fondo anche l’esercizio di una connivenza. Siamo contenti e sempre lo saremo di avere insegnanti bravissimi, volenterosi che testimoniano attraverso il lavoro quotidiano “il gesto etico di responsabilità nei confronti del proprio desiderio”: allo stesso modo in cui siamo contenti e orgogliosi che negli ospedali italiani lavorino medici di cosiddetta eccellenza, che tutto il mondo ci ammira e ci invidia. Però non possiamo accettare che senza quegli insegnanti, senza la loro operosa testimonianza, la scuola torni ad essere lo specchio di un Rinuncianesimo diffuso, il teatro di uno scollamento e di uno stallo più generale. Così come non accettiamo che senza quei medici non sia possibile curarsi. Vogliamo essere certi che il giorno i cui quei medici e quegli insegnanti non lavoreranno più ci sarà comunque qualcuno che sarà in grado di salvarci la vita. Dentro le sale operatorie come tra i banchi di scuola.

E’ esattamente quello il punto in cui interviene la politica, in cui la politica deve ricominciare ad agire: abbiamo ancora troppo bisogno di professori per rassegnarci a vederli sbiadire aspettando la campanella. E con loro i nostri figli e noi, e un Paese di cui sventoliamo le bandiere, nostalgicamente, superficialmente, soltanto durante gli anniversari o le partite di calcio.”

Questo chiediamo anche noi alla politica: vivere responsabilmente il presente con gli occhi proiettati verso il futuro.

 

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