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Unione Sindacale di Bergamo

Documenti

Lo scorso 13 luglio è stato reso pubblico l’annuale Rapporto povertà dell’Istat con i dati del 2016. Non ha portato buone notizie: la povertà, sia assoluta che relativa, risulta in aumento seppur assai lieve (rispettivamente al 6,3% e al 10,6% delle famiglie) rispetto ai valori già alti fatti registrare lo scorso anno.

Dati in linea con gli ultimi quattro anni

Complessivamente la povertà assoluta riguarda 1.619.000 famiglie e 4.742.000 individui. Il dato si mostra in linea con quanto registrato negli ultimi quattro anni e testimonia un forte incremento della povertà a seguito della crisi economica. Non c’era mai stato un numero così alto di persone in tale condizione dal 2005, anno nel quale inizia la serie storica. La lettura dei principali dati mostra che la povertà assoluta si estende nelle zone del centro-nord, al di fuori delle aree metropolitane, evidenzia un forte aumento tra le famiglie numerose (quelle con tre o più figli minori passano dal 18,3% al 26,8%), mentre è contenuta tra i nuclei con almeno un anziano (3,9%). Interessa in misura assai significativa gli operai (12,6%), risulta lambire appena i dirigenti, i quadri e gli impiegati (1,5%) e mostra invece la crescita più sostenuta tra coloro che sono in cerca di un’occupazione (dal 19,8% al 23,2%).

Aumenta l’intensità della povertà

Inoltre è cresciuta nell’ultimo anno di due punti l’intensità della povertà (raggiungendo il 20,7%), che misura quanto sono povere le famiglie interessate ovvero quanto la loro spesa mensile è inferiore alla soglia di povertà. Tale soglia calcolata dall’Istat, al di sotto della quale la spesa per consumi del nucleo familiare non consente di avere una vita dignitosa, varia sensibilmente a seconda della collocazione territoriale e all’ampiezza del comune di residenza del nucleo nonché in base alla sua composizione: si va dai 492 euro al mese di un anziano over 75 che vive in un comune con meno di 50.000 abitanti del mezzogiorno ai 1.982 euro per una famiglia di cinque componenti in un’area metropolitana del nord.

2.734.000 famiglie in povertà relativa

Pur interessando oltre un quarto delle famiglie con stranieri, la povertà assoluta interessa comunque il 4,4% delle famiglie di soli italiani, percentuale che sale al 7,5% nel meridione. Le famiglie in povertà relativa sono più numerose: 2.734.000 che includono oltre 8.465.000 individui, la metà dei quali sono donne e quasi un quarto sono minori. Anche la povertà relativa tende a coinvolgere in misura assai più marcata le famiglie con minori (13,2% delle famiglie con 1 minore e 42% delle famiglie numerose) e le persone in cerca di occupazione (31%),e per entrambe si registrano gli incrementi più marcati rispetto all’anno passato.

Entra il Parlamento il Reddito d’Inclusione (Rei)

L’ampiezza del fenomeno, rimarcata dai recenti dati Istat, è tale che l’urgenza d’introdurre uno strumento universale di sostegno al reddito, come da tempo richiesto dalla Cisl e dall’Alleanza contro la povertà, risulta sempre più impellente. Proprio in questi giorni entra in Parlamento, a seguito della Legge Delega, il decreto attuativo sul Reddito d’Inclusione (REI) che, dopo essere stato approvato in via preliminare dal Consiglio dei Ministri, e superata la tappa della Conferenza Unificata, che ne ha per parte sua suggerito alcuni aggiustamenti, attende il parere delle Commissioni competenti prima di poter essere definitivamente approvato e reso operativo dal Governo.

L’obiettivo della universalità

Il provvedimento, che sarà operativo dal prossimo anno, rappresenta un’assoluta novità nel panorama delle politiche di contrasto alla povertà in quanto introduce per la prima volta su scala nazionale uno strumento strutturale ed organico di sostegno minimo al reddito connesso con un percorso di reinserimento socio-lavorativo, che costituisce un livello essenziale delle prestazioni. Il finanziamento limitato proveniente dal Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale non consente di estendere subito la misura a tutte le famiglie in povertà assoluta, ma il provvedimento parte con l’obiettivo della universalità e prevede che, in caso di incremento del fondo, attraverso un apposito Piano nazionale, con cadenza triennale e aggiustamenti annuali, possa essere progressivamente estesa la platea degli aventi diritto ed accresciuto gradualmente il beneficio economico. Inizialmente invece la platea dei beneficiari sarà ristretta ai nuclei in povertà con figli minori o disabili, con donna in stato di gravidanza, o con disoccupati che abbiano compiuto 55 anni.

L’impegno della Cisl per migliorare il Rei

Il REI è stato disegnato rispettando sostanzialmente i punti d’intesa del Memorandum siglato dal Governo con l’Alleanza contro la povertà, che è riuscita grazie alla validità della sua proposta e ad un continuo lavoro tecnico e politico prima a sollecitare adeguatamente le forze politiche sulla necessità d’introdurre la misura e successivamente ad influire sensibilmente sulle caratteristiche della stessa. La Cisl continuerà tuttavia a lavorare per migliorare la misura in Parlamento e per definire adeguatamente il Piano Nazionale di lotta alla povertà e all’esclusione sociale, chiedendo già dalla prossima Legge di Stabilità di rinforzare lo specifico Fondo, in modo da poter ampliare la platea degli aventi diritto, rendere il sostegno reddituale più consistente e rafforzare i servizi sul territorio. Questi ultimi necessari per gestire adeguatamente i progetti personalizzati di reinserimento socio-lavorativo previsti per i beneficiari.

L’attivazione di sedi paretecipative

Una volta che il provvedimento sarà approvato definitivamente dal Consiglio dei Ministri si attiveranno una serie di sedi partecipative, come richiesto dalla Cisl, che richiederanno un coinvolgimento ed un particolare impegno sindacale soprattutto sul territorio per gestire efficaci politiche d’inclusione.


Documenti:
1) Presentazione Rei
2) Decreto Rei
3) Sintesi Rei
4) Rapporto povertà 2016

 

"Migliorare il welfare per migliorare il Paese": è la prospettiva della Cisl per fronteggiare i nuovi e vecchi rischi sociali, per sostenere i lavoratori, i pensionati e le loro famiglie alle prese con le pesanti conseguenze della 'lunga crisi'. ll Rapporto 2017 dell’Osservatorio sociale della contrattazione territoriale mette a fuoco le le potenzialità di un welfare sempre più plurale, sussidiario e territoriale.


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Giovedì, 20 Luglio 2017 00:00

Il lavoro che cambia

Il Ministero del Lavoro ha recentemente tenuto un tavolo di confronto con le parti sociali finalizzato ad aprire una riflessione ed una serie di proposte sul tema del lavoro che cambia, sotto le spinte della digitalizzazione, della demografia e delle nuove forme di organizzazione del lavoro stesso.

Ne è scaturito un primo documento ufficiale (vedi allegati) che costituisce la base di proposte sul tema che il Ministero stesso ha già consegnato all'Organizzazione Internazionale per il Lavoro (che in occasione del proprio centenario ha aperto un confronto internazionale in materia) e che intende portare alla riunione del G7 sul lavoro che si terrà a Torino alla fine di settembre prossimo.

Il documento, dopo una lunga premessa, si concentra su proposte e linee guida per intervenire sulle questione della disoccupazione tecnologica, del rafforzamento delle competenze dei lavoratori, della qualità dell'occupazione, dell'occupazione giovanile, dell'economia delle piattaforme, sul potenziamento del welfare di sostegno e sulle dinamiche migratorie e relative all'invecchiamento della popolazione.

Lo stesso recepisce, a seguito anche dell'esito di diversi incontri tenuti in specifico con le organizzazioni sindacali, proposte e linee di intervento che la Cisl ha elaborato durante il percorso congressuale.

La Cisl è convinta che il dibattito attorno ai cambiamenti del lavoro, e conseguentemente alle azioni di promozione e di tutela anche innovative che vanno messe in campo, è destinato a caratterizzare sempre più il confronto tra le parti sociali e tra queste e i soggetti pubblici.


1) Il lavoro che cambia

E’ stato presentato il 13 giugno alla presenza della Segretaria generale Annamaria Furlan, il 3° Rapporto Ocsel che analizza i contenuti di 2.094 accordi frutto della contrattazione decentrata svolta negli anni 2015 e 2016 in 1.478 aziende che occupano 753.304 addetti.


Una contrattazione per tutti i settori produttivi

"Si tratta di uno spaccato legato ai soli accordi che le strutture sindacali immettono nella banca dati dell’osservatorio, in questo report non è contabilizzata la contrattazione territoriale, che sarà al centro di un prossimo rapporto e che in settori come edilizia, agricoltura e artigianato è in realtà molto attiva e copre migliaia di Pmi e centinaia di migliaia di lavoratori. I settori più coperti dalla contrattazione nell’osservatorio sono il commercio (19% del totale accordi), il metalmeccanico (16%), il chimico (15%), l’edilizia (14%), le aziende di servizi e terziarie (10%) e il tessile (7%), a dimostrazione che la contrattazione di secondo livello ormai segue l’evoluzione dell’economia verso il terziario e non rimane confinata nel manifatturiero.Dalla ricerca - commenta Annamaria Furlan - emergono notizie davvero importanti. La contrattazione di secondo livello riguarda quasi tutti i settori produttivi, dal commercio ai servizi, si sta davvero diffondendo in questi ultimi anni. Finalmente si è usciti dalla contrattazione di governo della crisi e si è arrivati ad una contrattazione di rilancio della produttività e del salario".La contrattazione di secondo livello, antitesi del salario minimo e del reddito di cittadinanza – dichiara Furlan - non è più patrimonio della grande imprese. Il lavoro che la Cisl ha fatto in questo senso ha dato un contributo formidabile per le grandi e le piccole imprese ma va recuperata anche nella P.A.”.

La sfida del Pubblico Impiego

Rimane il dramma del Sud dove la contrattazione di secondo livello è poco presente. Mentre infatti il 32% degli accordi registrati sono relativi a gruppi presenti in più regioni del territorio, un altro 48% riguarda aziende del Nord, il 14% quelle del Centro e solo il 6% il Sud e le isole, a dimostrazione di un certo squilibrio territoriali che vede la contrattazione svilupparsi soprattutto nelle aree maggiormente dinamiche economicamente del paese. Questo dato è appesantito dal fatto che se si misura la sola contrattazione salariale, questa viene svolta per ben il 70% al Nord. "Il pubblico impiego rappresenta un'altra grande sfida per la contrattazione di secondo livello. Noi adesso andremo al tavolo sui contratti e va fatta una contrattazione ente per ente, ospedale per ospedale, comune per comune. Inoltre - aggiunge la Segretaria generale - la Cisl propone di detassare gli accordi di secondo livello anche nella P.A". Altro dato importante è che sulla contrattazione è più facile fare sintesi unitaria.Credo ci siano tutta una serie di motivi - spiega - per ciò che avviene perché nella contrattazione non c’è la speculazione di terzi ma solo il confronto genuino tra le parti sociali" "Mi auguro che Confindustria esca dal limbo delle riflessioni e avvii un percorso chiaro. Noi siamo pronti e il confronto potrebbe essere chiuso in poco tempo". Furlan fa inoltre sapere che il 4 luglio si riprenderà la trattativa con Confindustria sul Patto per la Fabbrica che dovrebbe ridisegnare, tra le altre cose, anche il modello contrattuale.

Coinvolgimento attivo di impresa e lavoratori

Secondo Gigi Petteni, Segretario confederale Cisl, “la contrattazione decentrata vive una nuova fase di sviluppo e di azione, certamente tutta ancora da consolidare, determinata dal fatto che in questo non facile post-crisi impresa e lavoro sono impegnati a ricercare risultati di competitività ma al tempo stesso di coinvolgimento attivo dei lavoratori”. “Occorre – prosegue Petteni - far tornare al centro del dibattito sindacale e pubblico il senso e i contenuti della contrattazione capace di coinvolgere attivamente impresa e lavoratore, dando strumenti e protagonismo a categorie, operatori e delegati impegnati. La Cisl è convinta che la diffusione della contrattazione decentrata e i tassi di copertura della stessa rispetto alla platea dei lavoratori siano più consistenti di quello che comunemente viene ritenuto. "Se nell’opinione di alcuni protagonisti e analisti - continua Petteni - spesso si ritiene che la contrattazione decentrata copra non più del 20% dei lavoratori italiani (tanto da non volergli affidare eccessivi ruoli), i dati sulla diffusione della contrattazione di produttività all’insegna della detassazione introdotta dal governo, sul peso della contrattazione territoriale in settori come artigianato, edilizia e agricoltura, sulla stessa contrattazione aziendale osservata da OCSEL suggeriscono una copertura ben più vasta, certamente dinamica e non in via di riduzione. Abbiamo quindi motivo per conoscere di più gli accordi che si stanno realizzando, -conclude il Segretario confederale- proprio perché contrattare vicino ai lavoratori che rappresentiamo è diventato sempre più strategico e significativo".


1) Il testo integrale del 3° Rapporto Ocsel
2) Presentazione

 

Il 7 giugno è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la nuova legge 71/17 concernente "Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo". Il provvedimento rappresenta un primo passo per il riconoscimento, la regolamentazione e la prevenzione di un fenomeno in forte crescita soprattutto fra i giovani e gli adolescenti.

Inoltre, il provvedimento risulta essere in linea con le indicazioni contenute nella piattaforma della Cisl sulla prevenzione della violenza sulle donne e i minori e fornisce importanti soluzioni in campo educativo e formativo coinvolgendo direttamente sia i giovani che i genitori, gli insegnanti, il personale addetto alla sicurezza e tutto il mondo dell'associazionismo e della società civile.


1) Il testo integrale della legge 71/17
2) Social media: espressione libera ma corretta (fonte Euronote)


da Conquiste del Lavoro dell'11 febbraio 2017

Lunedì, 05 Giugno 2017 00:00

Istat: occupati e disoccupati aprile 2017

Ad aprile 2017 la stima degli occupati cresce dello 0,4% rispetto a marzo (+94 mila unità), dopo un semestre in cui l'occupazione è stata a tratti stabile o in lieve crescita. L'aumento congiunturale di occupazione, che si rileva sia per le donne sia soprattutto per gli uomini, interessa le persone ultracinquantenni e in misura minore i 25-34enni, mentre si registra un calo nelle restanti classi di età. Cresce il numero di lavoratori dipendenti, sia permanenti sia a termine. In aumento nell'ultimo mese anche gli indipendenti. Il tasso di occupazione sale al 57,9% (+0,2 punti percentuali).

Nel periodo febbraio-aprile si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,4%, pari a +82 mila), determinata dall'aumento dei dipendenti, sia permanenti sia a termine. L'aumento riguarda entrambe le componenti di genere ed è distribuito tra tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni.

Dopo la crescita registrata a marzo, la stima delle persone in cerca di occupazione ad aprile torna a diminuire sensibilmente (-3,5%, pari a -106 mila su base mensile). Il calo interessa entrambe le componenti di genere ed è distribuito tra tutte le classi di età. Il tasso di disoccupazione scende all'11,1% (-0,4 punti percentuali), mentre quello giovanile rimane stabile al 34,0%.

Dopo il calo del mese scorso, la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni ad aprile è in crescita (+0,2%, pari a +24 mila). L'aumento interessa donne e uomini e coinvolge i 15-24enni e i 35-49enni, mentre tra gli over50 l'inattività è in calo, stabile tra i 25-34enni. Il tasso di inattività è pari al 34,7%, in aumento di 0,1 punti percentuali su marzo.

Nel periodo febbraio-aprile alla crescita degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-3,9%, pari a -118 mila) e il lieve aumento degli inattivi (+0,1%, pari a +8 mila).

Su base annua, ad aprile si conferma la tendenza all'aumento del numero di occupati (+1,2%, pari a +277 mila). La crescita riguarda i lavoratori dipendenti (+380 mila, di cui +225 mila a termine e +155 mila permanenti) mentre calano gli indipendenti (-103 mila). Aumentano nei dodici mesi gli occupati per entrambe le componenti di genere; la crescita è particolarmente accentuata tra gli ultracinquantenni (+362 mila) e più contenuta tra i 15-34enni (+37 mila), mentre calano i 35-49enni (-122 mila). Nello stesso periodo diminuiscono i disoccupati (-4,8%, pari a -146 mila) e gli inattivi (-1,4%, pari a -196 mila).

Al netto dell'effetto della componente demografica, su base annua cresce l'incidenza degli occupati sulla popolazione in tutte le classi di età.


Il documento